Nuova economia e arretratezza italiana

15 novembre 2014 di Mauro Varotto

Le recensioni trovate nelle pagine “culturali” di alcuni quotidiani nazionali, mi avevano indotto a pensare che “Come funziona Google” fosse un libro che spiega le modalità di utilizzo dei diversi servizi di Google, scritto, a quattro mani, da due dei dirigenti che maggiormente hanno contribuito al lancio e al successo del motore di ricerca nei suoi primi dieci anni di vita.

Invece, mi sono ritrovato a confrontarmi con un testo ricco di stimoli e spunti di riflessione sulla nuova era in cui siamo entrati (il Secolo di Internet), sui cambiamenti economici, sociali e culturali innescati dalle nuove tecnologie, sulla nuova economia della conoscenza e sulle sue grandi potenzialità di sviluppo e occupazione, nonché sulle prossime tappe dell’innovazione tecnologica (“the next big thing“, come la chiamano gli autori).

“Come funziona Google” è, in sintesi, uno sguardo sul futuro, un futuro che in una parte del mondo è già in atto e che comporterà una profonda modificazione del modo di fare impresa (dal superamento del tradizionale concetto di business plan, ai nuovi sistemi di finanziamento dell’attività economica) e di lavorare (dalla organizzazione degli uffici ai colloqui di lavoro, alle abilità e competenze richieste ai nuovi “creativi smart”).

Leggendo le pagine di questo libro, ed entrando progressivamente nel modo di pensare dei due autori, che sono l’espressione più avanzata della cultura della Silicon Valley californiana, si può quasi toccare con mano tutta la forza dirompente dell’innovazione e delle nuove tecnologie, che si stanno infiltrando in tutti gli ambiti dell’attività umana e stanno accelerando i ritmi del cambiamento, rendendo “possibile l’impossibile”, ma anche eliminando progressivamente interi comparti sui quali si fondavano l’economia e il lavoro del secolo scorso.

Possiamo anche misurare l’enorme distanza che separa noi europei e, soprattutto, noi italiani, da quel futuro che qui deve ancora iniziare.

Infatti, l’Italia è uno di quei posti del mondo in cui non è ancora garantito un pieno e libero accesso a queste nuove tecnologie, a partire dalla insufficienza della infrastruttura di base su cui esse viaggiano – un collegamento veloce e sicuro alla rete Internet – e dalla stessa “alfabetizzazione digitale”, che consente a ogni persona di avere le conoscenze necessarie per poterle utilizzare: oggi il “digital divide” non è solo una nuova forma di esclusione sociale per le persone che non sanno usare e/o non hanno accesso a Internet, ma è anche un sintomo di marginalità di un sistema economico e di un intero paese.

La nuova economia e le sue potenzialità di crescita e di lavoro corrono veloci su una “rete” che in Italia non abbiamo, se non in alcune limitatissime aree e a prezzi esorbitanti, e richiedono un “sapere” di base che nessuno in Italia insegna: quanti in Italia conoscono e usano e insegnano a usare il “pensiero computazionale” (Computational Thinking), che rappresenta il più importante contributo culturale dell’informatica alla comprensione della nostra società?

In Italia, siamo ancora molto lontani dagli obiettivi dell’Agenda digitale europea per il 2020, che sono, in sintesi, i seguenti:

  • in termini di infrastruttura di rete, il 100% di copertura di banda larga con una velocità di connessione superiore a 30 Mbps e almeno il 50% degli abbonamenti con velocità di connessione superiore ai 100 Mpbs;
  • in termini di servizi, almeno il 50% della popolazione dovrà rapportarsi con la pubblica amministrazione on-line; almeno il 50% degli utenti digitali dovrà utilizzare l’e-commerce; il 75% della popolazione dovrà utilizzare abitualmente Internet e il 33% delle piccole e medie imprese dovrà vendere e acquistare on-line.

La disponibilità di infrastrutture a banda ultra-larga (una velocità di connessione superiore a 30 Mbps), primo pilastro della strategia europea, è il presupposto di base per sfruttare il potenziale delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, per favorire l’erogazione e l’utilizzazione dei servizi on-line della pubblica amministrazione e aumentare sia il grado di partecipazione dei cittadini alle attività sociali ed economiche in rete, sia la capacità di sviluppo di applicazioni informatiche e di servizi che richiedono una maggiore velocità e affidabilità di connessione e trasmissione.

Quale è la situazione italiana della infrastruttura di base che ci consente di collegarci al mondo e alle nuove opportunità di sviluppo economico e di lavoro?

Ecco un grafico che parla da solo.

Fonte: Digital Agenda Scoreboard 2014 – Broadband markets

Fonte: Digital Agenda Scoreboard 2014 – Broadband markets

In Italia, a fine 2013, il livello di copertura in banda larga (rete fissa Adsl ≥2Mbps e mobile) si attesta attorno al 96,5% della popolazione (l’obiettivo europeo era del 100%), con l’esclusione di circa 2,6 milioni di cittadini e meno di 200 mila unità locali di imprese e istituzioni.

Una velocità di connessione di 2 Mbps è banda larga solo di nome: di fatto, è come non avere il collegamento a Internet, perché può essere utilizzato solo per limitatissime funzioni e, di sicuro, non per lavorare.

I livelli italiani di copertura e penetrazione della “vera” banda larga, la ultra-larga (≥30 Mbps), sono ancora decisamente lontani dai target europei: infatti, a fine 2013, solo il 6,99% della popolazione italiana era coperta (rispetto al 62% della media UE), con un livello di penetrazione che raggiunge complessivamente lo 0,2% della popolazione (rispetto al 21% della UE).

Infine, ben più marginale il livello di copertura a 100 Mbps (2,71% a livello nazionale, rispetto a circa il 10% UE), con un livello di penetrazione assolutamente trascurabile (1.200 accessi sottoscritti al 31.12.2013).

Sulla base dei dati disponibili, oggi sono solo 378 i comuni oggetto di piani di sviluppo da parte degli operatori privati: sono complessivamente 7.714 i Comuni italiani classificati come “area bianca” (ovvero, privi di banda ultra larga ≥30Mbps).

Il “Progetto Strategico Banda Ultralarga” (tutte iniziali maiuscole!), sviluppato dal Ministero dello sviluppo economico (in particolare, dalla società in house Infratel Italia), di concerto con tutte le regioni e approvato dalla Commissione europea il 18 dicembre 2012, fissa le modalità per raggiungere i target fissati a livello europeo e colmare il gravissimo “digital divide” italiano: garantire il servizio di connettività a tutti i cittadini italiani ad almeno 30 Mbps, per il quale si prevede un fabbisogno totale di risorse pubbliche di circa 2,5 miliardi di euro fino al 2020.

Prevede, inoltre, l’estensione della copertura a 100 Mbps per almeno il 50% della popolazione, con priorità per le aree ove vi siano siti di data center di nuova generazione, maggiore concentrazione demografica, scuole, aree industriali strategiche e snodi logistici (aeroporti, porti e interporti); università, centri di ricerca, poli tecnologici e centri servizi territoriali, strutture sanitarie tribunali, per le quali si prevede, entro il 2020, un fabbisogno di risorse pubbliche di ulteriori 7 miliardi di euro (14 miliardi per raggiungere il 100% dei cittadini).

Il piano è realizzato in parte dal Ministero dello Sviluppo Economico e in parte, in autonomia, dalle singole regioni, previo parere di coerenza da parte dello stesso Ministero.

Per attuare questo piano, l’accordo di partenariato 2014-2020 dell’Italia, nel quale è programmata la spesa dei fondi strutturali e di investimento europei che l’Unione europea ha assegnato all’Italia, prevede uno stanziamento di 2,1 miliardi di euro (circa il 5% dei 44 miliardi di euro totali) per tutti gli obiettivi, infrastrutturali e di servizio, dell’agenda digitale europea.

E’ uno stanziamento largamente insufficiente, rispetto ai fabbisogni di investimento pubblico stimati nel piano italiano: quali altre risorse intende destinare l’Italia alla creazione della rete a banda ultra larga e allo sviluppo dei servizi digitali in Italia? E’ la domanda che la Commissione europea ha posto al Governo italiano, prima della approvazione dell’accordo di partenariato: domanda alla quale il Governo, come si legge a pagina 622 dell’accordo di partenariato approvato, si è impegnato a rispondere entro il mese di ottobre 2014, presentando a Bruxelles un nuovo piano, con dati e programmi di investimento aggiornati.

Qualcuno sa qualcosa di questo nuovo piano?

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

Per descrivere in modo sintetico il rilevante contributo culturale apportato dall’informatica alla comprensione della società contemporanea, la scienziata informatica Jeannette Wing nel 2006 introdusse l’espressione “pensiero computazionale ”: l’articolo originale è reperibile in rete.

(il file è poco pesante e dovrebbe essere accessibile anche a chi ha la connessione a “banda larga” a 2 Mbps)

 

Il quadro di valutazione dell’agenda digitale (Digital Agenda Scoreboard), redatto ogni anno dalla Commissione europea, valuta i progressi compiuti nei singoli Stati membri rispetto agli obiettivi fissati dalla Agenda digitale europea: vi si possono trovare tutti i dati “ufficiali”, quelli su cui si basano le politiche europee e non le chiacchiere italiane.

L’Accordo di Partenariato 2014-2020 per l’impiego dei 44 miliardi di euro di fondi strutturali e di investimento europei, adottato il 29 ottobre dalla Commissione europea è pubblicato nel sito del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione della Presidenza del Consiglio dei Ministri: la pagina 622 citata nel testo è “nascosta” nella Sezione 2.

Dati non aggiornati sulla fantomatica “Agenda digitale italiana” sono riportati nel sito del Governo: è una delle tante “riforme e strategie” inviate dagli ultimi Governi italiani all’Unione europea e che, alla prova dei fatti, sono risultate “inesistenti”.

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