Finiamola con l’alibi dell’Unione europea

16 novembre 2014 di Mauro Varotto

E’ davvero istruttivo cercare di capire l’Unione europea attraverso le pagine dei giornali italiani.

Ancora più istruttivo, poi, è scoprire chi c’è “dietro” la creazione di determinate “notizie”, che denigrano l’Unione europea e alle quali i nostri giornalisti, più o meno ingenui, abboccano, senza neppure verificare le fonti o approfondire il contesto.

I primi, i giornali, dimostrano di non sapere quasi nulla di Europa e, fini qui, nulla di nuovo: ho dedicato diversi articoli del blog per segnalare alcune letture strumentali e fuorvianti delle iniziative dell’Unione europea.

Invece, chi passa le “veline” ai giornali (per la cronaca, erano il foglio d’ordine, redatto su fogli di carta velina, contenente le disposizioni che il regime fascista impartiva alla stampa quotidiana e periodica), dimostra di remare contro il processo di integrazione europea.

E’ davvero questa la posizione ufficiale dell’Italia e degli italiani?

I fatti.

Ieri, tre giornali hanno “spacciato” come “notizia esclusiva” una lettera che il neo-presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e il suo vice, Frans Timmermans, hanno inviato, il 12 novembre scorso, al Presidente del Parlamento europeo e al Presidente di turno del Consiglio dell’Unione europea, nella quale sono indicare le linee-guida del programma legislativo e di lavoro del 2015 della stessa Commissione europea.

L’obbligo di concordare tra le tre istituzioni dell’Unione europea coinvolte nel processo legislativo (Commissione, Parlamento e Consiglio), il programma legislativo e di lavoro annuale, è sancito dal Trattato di Lisbona e la lettera inviata dalla Commissione europea ai due Presidenti di Parlamento e Consiglio ha lo scopo di mettere sul tavolo i temi da affrontare nel corso dell’anno e di favorire la partecipazione e il dialogo inter-istituzionali, prima che, entro dicembre, il programma sia definitivamente approvato e inizi a essere attuato.

Si tratta di una normale prassi istituzionale.

Eppure, in Italia, i quotidiani Avvenire, Messaggero e Secolo XIX, hanno dato questa notizia presentandola, da un lato, come una missiva inviata, in gran “segreto”, al nostro presidente del Consiglio e al “socialista” che presiede il Parlamento europeo; dall’altro lato, come una sorta di “resa” della Commissione europea alle richieste italiane di investire nella crescita.

Innanzitutto, il “segreto” non si capisce dove stia, considerato che, il 12 novembre stesso, un comunicato stampa della Commissione europea, che campeggia da giorni nella prima pagina del sito internet “Europa”, anticipava i contenuti della lettera, dando notizia dell’avvio formale del processo di definizione del programma di lavoro per il 2015: non è stato pubblicato subito il testo integrale, ma, in una fase di dialogo e confronto con le altre due istituzioni, il riserbo della Commissione europea è espressione di un comprensibile galateo istituzionale.

In secondo luogo, che la lettera sia arrivata al nostro presidente del Consiglio è dovuto esclusivamente al ruolo temporaneamente svolto di Presidente di turno del Consiglio europeo; così come il suo inoltro al Presidente pro-tempore del Parlamento europeo non è certo dovuto alla sua appartenenza partitica: quindi, nessuna attenzione particolare per l’Italia, rispetto agli atri 27 Paesi, e nessun “messaggio politico” ai socialisti europei, come i giornali italiani lasciavano intendere.

Infine, che la Commissione europea punti sulla crescita è una scelta che, come ho avuto modo di scrivere in questo blog, è già stata fatta da anni, almeno dal giugno 2012, quando i capi di Stato e di governo dei Paesi dell’Unione hanno sottoscritto un “Patto per la crescita e l’occupazione”: tutti i Paesi firmatari hanno provveduto negli ultimi due anni a fare le riforme previste da quel “Patto”. E l’Italia che punto è?

Solo che qualcuno, in Europa, pensa che la crescita non si ottiene facendo nuovi debiti (soprattutto da parte di chi, come l’Italia, ne ha già fin troppi e rischiano di compromettere il futuro dei giovani e delle generazioni future), ma, prima di tutto, riformando le politiche pubbliche, rinnovandole alla luce di un contesto globale profondamente cambiato, nel quale nessun Paese europeo può pensare di continuare a conservare antichi privilegi e rendite di posizione.

Allora, perché presentare questa non-notizia in questo modo? A chi conviene diffondere queste false notizie? Di chi è la manina che ha passato la “velina” ai tre giornali e, soprattutto, questa distorta interpretazione dei fatti?

Per capirlo, basta aprire il link pubblicato dai tre giornali al testo integrale della lettera e che riporto nell’immagine qui sotto: guardate, in alto a sinistra, il timbro del protocollo in entrata della lettera!

Chissà perchè, dalle medesime stanze, non è uscita anche l’analisi autunnale della situazione economica della zona euro, pubblicata dalla Commissione europea nei medesimi giorni della lettera di Juncker!

Si sarebbero scoperte cose interessanti, di cui nessuno, nel governo e nel Parlamento italiano, sembra voler sentire parlare.

Ad esempio, che nella zona euro c’è un unico Paese in recessione, Cipro, e ce ne sono quattro, fra cui Italia e Francia, che sono in stagnazione, cioè hanno una crescita prossima allo zero. Ma tutti gli altri (ben 14 Paesi sui 19 della zona euro) crescono a un tasso medio del 2% (alcuni arrivano al 4%).

La stragrande maggioranza dei Paesi della zona euro non è né in crisi, né in recessione.

Inoltre, tra i Paesi che crescono di più (tra il 2 e il 4%), ci sono tutti i cosiddetti PIGS, tranne l’Italia: Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna.

Anziché prendercela con l’Unione europea e cogliere ogni occasione per screditarla e per farne un alibi, dietro cui nascondere le nostre incapacità ad affrontare e risolvere problemi che sono solo nostri; anziché arrabbiarci perché Bruxelles non ci permette di continuare a esagerare con il deficit pubblico; perché non iniziamo a chiederci seriamente come mai tanti Paesi dell’eurozona crescono, nonostante l’Unione europea, nonostante l’euro, nonostante i vincoli di bilancio e nonostante l’ottusità degli euro-burocrati?

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