Breve analisi dei risultati del semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea

12 gennaio 2015 di Mauro Varotto

Ferme restando le attuali regole di rotazione semestrale, occorrerà attendere il 2028 perché all’Italia capiti ancora l’opportunità di assumere la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, l’istituzione che, congiuntamente al Parlamento europeo, esercita la funzione legislativa e la funzione di bilancio, e alla quale i Trattati istitutivi affidano anche il compito di concorrere a definire e di coordinare le politiche economiche nazionali.

Quale bilancio si può trarre dal semestre di presidenza italiana del Consiglio dell’Unione europea che si è appena concluso, passando la guida alla Lituania?

Per compiere questa riflessione occorre tenere conto di almeno tre fattori che hanno pesantemente condizionato il semestre italiano.

Il primo consiste nel fatto che il semestre italiano, come avevo messo in evidenza in un precedente articolo, è stato una sorta di “semestre bianco”, caduto in un periodo di transizione istituzionale, caratterizzato dalle nomine ai vertici delle principali istituzioni dell’Unione e comprendente, peraltro, anche la pausa estiva.

Il secondo fattore è consistito nell’aggravarsi della crisi economica nel continente europeo, rispetto alle altre aree del pianeta.

Infine, un terzo fattore è stato l’acuirsi della situazione nei principali scenari di crisi internazionali, in particolare, in casa europea, della crisi ucraina, esplosa a marzo dell’anno scorso e sfociata nella tregua stipulata a Minsk all’inizio del successivo mese di settembre.

Primo risultato: ordinata gestione della transizione istituzionale

Quindi, accanto alla “ordinaria amministrazione” (ad esempio, l’approvazione definitiva di alcuni atti legislativi, quali le norme sugli OGM; l’approvazione del bilancio annuale dell’Unione; la definizione della posizione dell’Unione in vista dei negoziati internazionali per il clima del 2015), l’Italia si è trovata impegnata in una difficile opera di mediazione tra 28 Paesi che, già a partire dalla nomina del nuovo presidente della Commissione europea, si presentavano divisi.

Come ho scritto in un precedente articolo, al Vertice europeo del 26 e 27 giugno 2014, di fronte all’opposizione di Regno Unito e Ungheria alla nomina di Jean Claude Junker alla Presidenza della Commissione europea, i capi di Stato e di Governo hanno dovuto prendere atto, come si legge nel testo delle “Conclusioni” dello stesso Consiglio europeo, che:

“il concetto di unione sempre più stretta lascia spazio a percorsi di integrazione diversi per paesi diversi, permettendo a quelli che intendono approfondire l’integrazione di andare avanti in tal senso e rispettando nel contempo il desiderio di chi non intende procedere oltre nell’integrazione”.

Guidare l’Unione europea verso un ordinato processo di rinnovo dei vertiti delle principali istituzioni, senza strappi ulteriori e senza ritardi, è già un primo importante risultato della Presidenza di turno italiana.

Secondo risultato: inversione delle priorità politiche dell’Unione in campo economico

In secondo luogo, di fronte alla crisi economica persistente in Europa, rispetto ad altre aree del pianeta che, nel frattempo, sono tornate a crescere (a partire dagli USA), l’Italia ha dato un decisivo impulso, da un lato, alla modifica dell’ordine delle priorità politiche dell’Unione europea per promuovere la competitività, la crescita e l’occupazione; dall’altro, alla apertura di una nuova stagione di investimenti, pubblici e privati.

Su questi aspetti, non bisogna dimenticare che, solo un anno fa, il semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche per il 2014 si apriva indicando, come prima priorità politica, quella di “portare avanti un risanamento di bilancio differenziato e favorevole alla crescita” e che le priorità relative a “promuovere la crescita e la competitività” e “favorire occupazione” figuravano solo al terzo e quarto posto delle cinque priorità individuate.

Il semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche per il 2015, inaugurato con l’analisi annuale della crescita presentata dalla Commissione europea, presieduta da Jean Claude Junker, a fine novembre 2014, capovolge l’ordine di quelle priorità, mettendo, al primo posto, il rilancio degli investimenti, al secondo le riforme strutturali e, infine (non meno importante, ma neppure posta in primo piano come in passato), la priorità di “politiche di bilancio responsabili e favorevoli alla crescita, in linea con il patto di stabilità e crescita, tenendo conto della particolare situazione di ciascun paese”.

Lo stesso Consiglio europeo del 18 dicembre 2014, fornisce il consenso politico dei capi di Stato e di governo perché l’Unione inauguri questa nuova strada. Al primo punto delle “conclusioni” si legge, infatti, che:

“Promuovere gli investimenti e affrontare le carenze del mercato in Europa costituiscono una sfida strategica essenziale. Il rinnovato accento posto sugli investimenti unitamente all’impegno degli Stati membri ad intensificare le riforme strutturali e a perseguire un risanamento di bilancio favorevole alla crescita getteranno le fondamenta della crescita e dell’occupazione in Europa”.

In questo contesto, il Consiglio europeo da il via anche al piano di investimenti per l’Europa, presentato dalla Commissione europea, sempre a fine novembre 2014, e che prevede ‘istituzione di un Fondo europeo per gli investimenti strategici (FEIS), al fine di mobilitare 315 miliardi di euro in nuovi investimenti tra il 2015 e il 2017.

Terzo risultato: avvio a soluzione della crisi ucraina

Infine, sul piano delle relazioni internazionali dell’Unione europea, l’Italia ha deciso di assumersi un impegno che va ben oltre il semestre di presidenza di turno dell’Unione europea, con l’indicazione, accolta all’unanimità da tutti i Paesi dell’Unione, di una italiana alla carica di Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, la quale si è ritrovata, subito, ad affrontare la più grave crisi politica e militare in Europa, dalla seconda guerra mondiale, la crisi ucraina.

In uno scenario in cui si è manifestato un pericoloso cocktail formato da rigurgiti nazionalisti, conflitti basati sull’appartenenza etnica, rinascita di pretese egemoniche su territori liberi e indipendenti, ricatti energetici e su altre materie prime, il ruolo dell’Italia è risultato fondamentale per evitare di esasperare le posizioni, facendo assumere all’Unione una linea non troppo punitiva verso la Russia, e per trovare l’equilibrio necessario ad una tregua tra le parti in causa, tregua che regge dal 5 settembre scorso e sulla cui base si può lavorare per trovare una soluzione pacifica e stabile.

Conclusioni: verso la riconquista della credibilità perduta in Europa

All’inizio del semestre italiano di presidenza del Consiglio dell’Unione europea il problema dell’Italia in Europa era la credibilità perduta.

Per troppi anni l’Italia si è dimostrata inaffidabile e sempre più lontana dai principi e dai valori su cui si fonda il processo di integrazione europea.

Soprattutto, in Italia non si è capito che l’Unione europea è radicalmente cambiata: la fine della guerra fredda e l’ingresso dei Paesi dell’Europa centrale e orientale, la nascita dell’euro e la progressiva integrazione delle politiche economiche, nonché fattori esterni quali la globalizzazione, hanno completamente modificato non solo la fisionomia, ma anche il senso stesso del processo di integrazione europea.

In Italia, negli ultimi due decenni, si è continuato a pensare all’Unione europea come alle vecchie “Comunità europee”, di cui eravamo uno degli Stati fondatori, ma che non esistono più da vent’anni.

Chi lavora a contatto con le istituzioni dell’Unione, in questi ultimi anni ha potuto toccare con mano la crescente diffidenza verso l’Italia, dovuta a tanti, troppi, fattori che, anche in questo blog, ho potuto mettere in evidenza: dalla incomprensibile instabilità politica alle promesse di riforme annunciate ma mai mantenute; dalla disastrosa gestione dei conti pubblici nazionali alla ancora più disastrosa gestione fondi assegnati al nostro Paese dall’Unione; dall’incapacità di una corretta attuazione delle norme e delle politiche dell’Unione alle strumentalizzazioni, in chiave interna, dell’Unione europea, dell’euro e, persino, dei suoi valori fondanti.

Molti autorevoli osservatori hanno iniziato persino a chiedersi se l’Italia non sia ormai diventata un ostacolo al processo di integrazione europea, invece di essere un motore di un’Unione sempre più stretta tra i popoli europei.

Di fronte a questa situazione, il semestre di presidenza italiana sembra aver conseguito il fondamentale risultato di aver ridato al nostro Paese la credibilità perduta, in un contesto europeo in cui deve essere chiaro a tutti che l’Unione europea può anche fare a meno dell’Italia, ma l’Italia non può assolutamente fare a meno dell’Europa.

Il semestre di presidenza italiana appena concluso rappresenta solo un primo passo e la strada per costruire un nuovo ruolo dell’Italia nella nuova Europa, sorta dalle ceneri della guerra fredda, non sarà breve né facile; tuttavia, segna una decisa inversione di tendenza rispetto agli ultimi due decenni nei quali il nostro Paese ha fatto davvero di tutto per diventare il fanalino di coda dell’Europa, con scelte politiche al limite dell’autolesionismo.

Solo una riacquistata credibilità, potrà permettere al nostro Paese di continuare a influenzare le politiche dell’Unione europea: l’alternativa è condannarsi a essere marginali nelle scelte europee e, magari, una palla al piede per quei Paesi che intendono proseguire e rafforzare l’Unione europea.

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