Che cosa fa l’Unione europea per i Paesi in via di sviluppo?

21 maggio 2015 di Mauro Varotto

Di fronte ai sempre più intensi fenomeni migratori verso l’Europa – che solo in parte avvengono attraverso il Mediterraneo, poiché la rotta principale di ingresso sono i Balcani -, qualcuno si è chiesto che cosa fa l’Unione europea per prevenirli, per creare le condizioni di permanenza nei paesi di origine almeno dei cosiddetti migranti economici, di coloro, cioè, che fuggono da situazioni di povertà estrema.

Anche se pochi sembrano saperlo, è da circa sessant’anni che l’Unione europea gestisce una politica di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo: ancora oggi, essa eroga aiuti a circa 150 paesi invia di sviluppo di tutto il mondo, dall’Afghanistan allo Zimbabwe.

L’Unione europea e i suoi Stati membri sono il maggiore donatore mondiale di aiuti allo sviluppo: nel 2014 hanno speso 75,2 miliardi di euro (pari allo 0,44% del PIL) per aiutare paesi di tutto il mondo nella lotta contro la povertà. Questa cifra è più della metà di quello che l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) contabilizza come “Aiuto pubblico allo sviluppo (APS)”.

Non è, quindi, un caso se, negli ultimi anni, diversi paesi in via di sviluppo – quali l’India, la Malesia e molti paesi dell’America latina – hanno registrato una forte crescita economica e sono riusciti a ridurre la povertà.

Solo per fornire qualche semplice dato: i finanziamenti dell’Unione europea erogati negli ultimi dieci anni hanno offerto la possibilità a quasi 14 milioni di bambini di frequentare la scuola elementare; a più di 70 milioni di persone di accedere all’acqua potabile; a 7,5 milioni di neonati di venire al mondo con l’assistenza di personale medico competente, salvando così la vita a loro a alle loro madri.

Tutte le cose fatte bene possono sempre essere fatte meglio.

Ma da qui a sostenere che l’Unione europea non fa nulla, ce ne passa.

 

 

 

PS: andrebbe anche scritto che, sempre nel 2014, il volume di aiuti allo sviluppo erogati dall’Italia ha rappresentato appena il 3,6% dello sforzo complessivo europeo. Si tratta di 2,7 miliardi di euro, che costituiscono un misero 0,16% del PIL italiano (pure in calo, rispetto allo 0,17% del 2013), ancora molto lontano dall’obiettivo dello 0,7% del PIL che i paesi dell’Unione europea si erano impegnati a raggiungere entro il 2015.

Obiettivo superato e raggiunto, nell’Unione, solo da Svezia, Danimarca, Lussemburgo e Regno Unito.

Forse, chi potrebbe fare “qualcosa di più” non è solo l’Unione europea o gli altri Paesi europei.

Magari l’Italia potrebbe tentare di migliorare quel 21° posto in cui ci collochiamo (per percentuale di PIL destinato ai Paesi in via di sviluppo) nella classifica mondiale dei 28 Paesi donatori.

E’, quindi, di buon auspicio che nel “Programma di stabilità dell’Italia” per il 2015, allegato al Documento di economia e finanza, a pagina 109, per la prima volta il Governo abbia inserito un apposito “Focus” sull’Aiuto Pubblico allo Sviluppo (APS), con un impegno, per il triennio 2016-2018, a perseguire un percorso di riallineamento graduale dell’Italia agli standard internazionali della Cooperazione allo sviluppo (media Paesi OCSE), con l’obiettivo di migliorare la qualità e la quantità dell’APS, secondo il seguente profilo di spesa: 0,18 per cento nel 2016, 0,21 per cento nel 2017 e 0,24 per cento nel 2018.

“Tale percorso – si legge nel documento del Governo italiano – porterà nel 2020 a raggiungere l’obiettivo dello 0,30 per cento – anche tenuto conto dei negoziati attualmente in corso per la definizione della nuova Agenda per lo sviluppo sostenibile – nella prospettiva del raggiungimento, da parte dell’Unione Europea nel suo complesso, dell’obiettivo dello 0,7 per cento”.

 

 

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

Informazioni sulle iniziative dell’Unione europea per la lotta contro la povertà nel mondo sono disponibili in una apposita sezione del Server EUROPA creata in occasione del 2015: Anno europeo dello sviluppo.

I dati ufficiali sugli aiuti pubblici allo sviluppo sono disponibili sul sito internet dell’OCSE.

 

 

 

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