Fallimento delle banche nell’Unione europea: pagano i contribuenti o i clienti?

8 dicembre 2015 di Mauro Varotto

Tra il 2008, anno di inizio della crisi economica e finanziaria mondiale, e il 2014, i governi dell’Eurozona hanno speso solo risorse pubbliche, prelevate dalla fiscalità generale, per salvare le banche in difficoltà: 800 miliardi di euro – pari a un valore lordo cumulato di 8 punti percentuali del PIL dell’area euro –  pagati dai contribuenti dei diversi paesi europei, dei quali, sino ad oggi, è stato restituito circa il 40%.

L’intervento dei Governi è stato giustificato con l’esigenza di evitare il tracollo del settore finanziario in Europa e il rischio che le banche smettessero di erogare prestiti a imprese, cittadini e istituzioni.

Queste misure hanno contribuito all’aumento del debito delle amministrazioni pubbliche dell’area dell’euro, che, tra il 2008 e la fine del 2014, è salito di 27 punti percentuali, dal 65 al 92 per cento del PIL.

Ai costi palesi del salvataggio pubblico delle banche in difficoltà, occorre aggiungere altri costi meno chiari e non quantificabili, i quali, tuttavia, rappresentano un grave rischio per i bilanci pubblici: diversi governi, infatti, hanno fornito garanzie pubbliche alle proprie banche, per sostenerne l’attività.

Nell’area dell’euro le garanzie pubbliche (escluse quelle sui depositi al dettaglio) hanno raggiunto un massimo a quasi l’8 per cento del PIL nel 2009, per poi scendere al 2,7 per cento a fine 2014.

Questi dati sono riportati nel Bollettino economico della Banca centrale europea.

Qualcuno dei miei 27 lettori ricorderà le polemiche politiche sorte di fronte all’intervento dello stato per salvare le banche in crisi: anche in casa nostra, orde di politici a strapparsi le vesti, scandalizzati perché si usavano i soldi dei contribuenti per salvare le istituzioni finanziarie.

Proteste e movimenti – più o meno – di massa, bandiere europee bruciate nelle piazze, ecc. ecc.

Sono state accolte le ragioni di chi protestava: perché dobbiamo pagare tutti se una banca fallisce?

Come annunciato anche in un mio precedente articolo, una delle regole della nuova unione bancaria europea è quella secondo la quale non deve più capitare che siano spesi i soldi dei contribuenti per salvare le banche in difficoltà.

 

Chi paga, dunque, nel caso in cui una banca fallisca?

Pagano i soci, poi gli obbligazionisti e, infine, se non sono sufficienti i precedenti interventi, pagano i correntisti, ma solo per gli importi sopra i 100.00 euro, non tutelati dal Fondo interbancario di garanzia dei depositi.

Paga anche il sistema bancario, chiamato a erogare prestiti alle nuova banca che potrebbe nascere dalle ceneri della precedente, qualora invece della liquidazione si decidesse di attuare il nuovo meccanismo di “risoluzione”.

E’ ciò che è avvenuto in Italia (ma solo in parte poiché da noi la nuova normativa europea si applicherà integralmente solo dal 1° gennaio 2016), con il “salvataggio” delle prime quattro banche, che, con appena l’1% degli sportelli nazionali, sono crollate sotto il peso di 8,5 miliardi di debiti: Cassa di risparmio di Ferrara, Banca delle Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio e Cassa di risparmio di Chieti.

 

Scrivo “le prime quattro”, perché la situazione del sistema bancario in Italia è oggettivamente grave e questi primi salvataggi a me sembrano solo un test, peraltro molto edulcorato, visto che, in questi primi quattro casi, sono stati salvati sia i dipendenti, sia i conti correnti anche sopra i 100.000 euro, sia gli obbligazionisti ordinari (mentre hanno perso tutto gli azionisti e i sottoscrittori di obbligazioni subordinate, quelle che, in questo periodo di crisi, offrivano tassi di interesse strepitosi, anche superiori al 10%).

Che cosa accade in Italia di fronte alla prima, timida applicazione delle nuove regole?

Gli stessi, identici, politici di prima – quelli che protestavano in tutte le sedi perché si usavano i soldi pubblici per salvare le banche – oggi sono ancora lì, a strapparsi le vesti, scandalizzati perché si usano i soldi dei clienti per salvare le istituzioni finanziarie.

Da veri professionisti del “tanto peggio tanto meglio”.

 

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

Dal 2015 il Bollettino economico BCE sostituisce il Bollettino mensile BCE. Il Bollettino economico è pubblicato due settimane dopo ciascuna delle riunioni di politica monetaria del Consiglio direttivo della BCE, che, a partire da gennaio 2015, come annunciato, si terranno ogni sei settimane.

I dati riportati nell’articolo sono tratti dal Bollettino economico della Banca Centrale Europea (BCE), n. 6 del 17 settembre 2015.

 

 

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