La responsabilità sociale delle imprese: un nuovo inizio a livello europeo

24 luglio 2017 di Mauro Varotto

Quale è l’impatto delle attività di un’impresa sull’economia, sulla società e sull’ambiente? Che cosa può e dovrebbe fare un’impresa per rendere migliore la società e il mondo in cui viviamo?

Sono domande sempre più frequenti in Europa dove, soprattutto grazie alle politiche e alla legislazione dell’Unione europea, si stanno affermando nuovi modelli economici in cui le considerazioni sulle responsabilità delle imprese nei confronti della società prevalgono sulle logiche del puro profitto finanziario.

Del resto, come è noto, il mercato unico europeo si fonda su “un’economia sociale di mercato altamente competitiva”, concetto che indica la direzione di marcia del modello economico europeo verso una crescita inclusiva, socialmente più giusta ed ecologicamente sostenibile.

 

Breve cronistoria della responsabilità sociale delle imprese in Europa

La fase esplorativa (2001-2010)

Il tema della responsabilità sociale delle imprese (RSI, in inglese: Corporate Social Responsibility – CSR) non è nuovo nel dibattito pubblico europeo: se ne discute da più di quindici anni, da quando cioè, il 18 luglio 2001, nel contesto della strategia di Lisbona, la Commissione presentò il libro verde intitolato: “Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese”.

Parallelamente allo sviluppo, a livello internazionale, di principi condivisi sulla responsabilità sociale delle imprese – a partire dal Global Compact del 2000 delle Nazioni Unite –, qualche anno dopo la stessa Commissione europea presentò e promosse il Forum europeo multilaterale sulla RSI e, nel 2006, l’Alleanza europea per la responsabilità sociale delle imprese, al fine di mobilitare le risorse e le capacità delle imprese europee necessarie a fare dell’Europa un polo di eccellenza in materia di RSI.

La fase di sperimentazione (2011-2013)

Questa prima fase esplorativa, nella quale l’Unione europea ha svolto un ruolo pioneristico a livello mondiale, si è conclusa dieci anni dopo, quando, il 25 ottobre 2011, nel contesto della strategia Europa 2020, la Commissione ha presentato la “Strategia rinnovata dell’UE per il periodo 2011-2014 in materia di responsabilità sociale delle imprese”, assieme a un pacchetto legislativo (denominato: Imprese responsabili) di revisione delle direttive europee sulla contabilità aziendale. Per la prima volta le grandi imprese europee venivano invitate a fornire, assieme ai dati finanziari del bilancio annuale, anche informazioni di carattere finanziario, relative alla sostenibilità economica, sociale e ambientale della loro attività.

Molte imprese, di ogni dimensione, in Europa e nel mondo, anche sulla base di una sempre più nutrita serie di accordi, norme e standard internazionali, hanno iniziato a redigere, accanto al tradizionale bilancio di esercizio, che illustra la situazione patrimoniale e finanziaria dell’impresa, anche un bilancio di sostenibilità – che descrive i modi con cui l’impresa si assume la responsabilità per il proprio impatto sulla società in termini di sviluppo economico, sociale e di tutela dell’ambiente, al di là del rispetto degli obblighi minimi stabiliti per legge.

E’ chiaro che per molte imprese il bilancio di sostenibilità rappresenta anche un investimento strategico e un fattore di competitività: infatti, esso può portare benefici in termini di gestione del rischio, riduzione dei costi, accesso al capitale, relazioni con i clienti, con i consumatori e le autorità pubbliche, gestione delle risorse umane e capacità di innovazione.

Tuttavia, i risultati prodotti dall’approccio introdotto nelle direttive europee sulla contabilità aziendale sono stati scarsi: meno di 2.500 grandi imprese, su un totale delle circa 42.000 che operano nell’Unione europea, avevano comunicato formalmente informazioni di carattere non finanziario su base annua e, quel che era peggio, la qualità delle informazioni fornite lasciava molto a desiderare, sia in termini di affidabilità dei dati forniti che di comparabilità degli stessi tra imprese e settori produttivi.

La fase del consolidamento normativo (dal 2014 a oggi)

Quindi, anche sulla scorta di due Risoluzioni adottate dal Parlamento europeo il 6 febbraio 2013 – rispettivamente, sulla Responsabilità sociale delle imprese: comportamento commerciale trasparente e responsabile e crescita sostenibile e sulla Responsabilità sociale delle imprese: promuovere gli interessi della società e un cammino verso una ripresa sostenibile e inclusiva -, la Commissione europea nel 2013 ha deciso di passare ad una terza fase della sua politica in materia di RSI, adottando una nuova direttiva che rende obbligatoria dal 1° gennaio 2017, a tutte “le imprese di grandi dimensioni che sono enti di interesse pubblico e che superano, alla data di chiusura del bilancio, il criterio del numero medio di 500 dipendenti”, una “dichiarazione di carattere non finanziario” – inclusa nella “Relazione annuale sulla gestione” oppure come documento a sé stante – “contenente almeno informazioni ambientali, sociali, attinenti al personale, al rispetto dei diritti umani, alla lotta contro la corruzione attiva e passiva in misura necessaria alla comprensione dell’andamento dell’impresa, dei suoi risultati, della sua situazione e dell’impatto della sua attività”.

Tuttavia, assieme a tale obbligo, la Commissione europea, dopo un’ampia consultazione pubblica con tutti i portatori di interesse, ha anche elaborato degli “orientamenti non vincolanti” sulla metodologia che le imprese sono invitate a utilizzare per redigere il cosiddetto “bilancio di sostenibilità”, proponendo anche degli “indicatori fondamentali di prestazione” che hanno lo scopo di rendere utili, comprensibili, omogenee e comparabili le informazioni fornite.

 

Gli orientamenti europei sul bilancio di sostenibilità

Gli orientamenti della Commissione europea sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario da parte delle imprese rappresentano oggi la migliore prassi esistente in Europa e sono allineati agli obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Infatti, anche se, per ora, solo le imprese con più di 500 dipendenti e considerate di interesse pubblico hanno l’obbligo di fornire informazioni precise sull’impatto che hanno sull’economia, la società e l’ambiente, tuttavia – come non manca di evidenziare la Commissione – anche le piccole e medie imprese potrebbero trarre vantaggi competitivi dall’utilizzare gli orientamenti europei per comunicare ai propri dipendenti, clienti, consumatori, investitori, ecc. informazioni relative alla sostenibilità economica, sociale e ambientale delle attività che esse svolgono.

Gli orientamenti della Commissione europea forniscono alle imprese una sorta di indice ragionato dei temi che un bilancio di sostenibilità dovrebbe contenere: non sono degli standard tecnici rispetto ai quali verificare la “conformità” del bilancio di sostenibilità, ma si fondano sugli standard esistenti a livello nazionale, unionale e internazionale, dal Global Reporting Initiative alla norma ISO 26000 dell’Organizzazione internazionale per la normazione, dal sistema europeo di ecogestione e audit (EMAS) alla Guidance for Responsible Agricultural Supply Chains (Orientamenti per catene di fornitura agricole responsabili) sviluppato dalla FAO e dall’OCSE.

Tuttavia, la Commissione europea è molto attenta a indicare le tematiche che una impresa dovrebbe prendere in considerazione per comunicare il proprio impatto sulla società e, soprattutto, gli indicatori per misurare tale impatto in maniera precisa sul tessuto economico e sociale e sull’ambiente.

La responsabilità sociale delle imprese è un concetto multidimensionale e gli orientamenti della Commissione europea chiedono alle imprese di valutarne sia la dimensione interna che quella esterna.

Sul piano interno, il bilancio di sostenibilità dovrebbe spiegare come l’impresa gestisce le proprie risorse umane (il reclutamento, l’istruzione e la formazione continui, la non discriminazione, la parità di genere); come assicura la salute e la sicurezza sul luogo lavoro; come favorisce la partecipazione di lavoratori e sindacati; come si adatta alle trasformazioni economiche in atto a livello globale, ad esempio impegnandosi nello sviluppo locale e nelle politiche attive del mercato del lavoro attraverso partnership a favore dell’occupazione locale e/o l’inserimento sociale; infine, quali effetti genera sull’ambiente e sulle risorse naturali, ad esempio in termini di riduzione del consumo delle risorse o delle emissioni inquinanti e dei rifiuti, di adozione di una politica integrata dei prodotti (PIP) che si basa sul ciclo di vita dei prodotti o, infine, di efficienza energetica.

Sul piano esterno, invece, il bilancio di sostenibilità dovrebbe valutare e illustrare, innanzitutto, come l’impresa si integra nella comunità locale in cui è insediata e come contribuisce all’accumulo di capitale sociale, ad esempio promuovendo occasioni di formazione per i cittadini, sostenendo le associazioni non a fini di lucro attive nella tutela dell’ambiente, reclutando le persone svantaggiate, fornendo strutture di custodia per i figli dei dipendenti, sponsorizzando manifestazioni sportive o culturali locali o facendo donazioni ad opere di carità.

Altro aspetto importante è legato alle partnership commerciali, con fornitori e consumatori, le quali devono rispettare il diritto dell’Unione europea e il diritto nazionale in materia di concorrenza e di relazioni con clienti, fornitori, subappaltatori. Attenzione particolare una grande impresa deve prestare ai propri partner e fornitori lungo tutta la catena produttiva: il rispetto delle norme sociali e ambientali deve essere assicurato da tutti i partner.

Altra dimensione della responsabilità sociale delle imprese è strettamente collegata ai diritti dell’uomo, in particolare per quanto riguarda le operazioni internazionali e le catene di produzione a livello planetario. Questo aspetto è riconosciuto da strumenti internazionali quali la Dichiarazione dell’OIL relativa ai principi e diritti fondamentali nel lavoro e i Principi direttivi dell’OCSE destinati alle imprese multinazionali. Il tema dei diritti dell’uomo è estremamente complesso e pone problemi di ordine politico, giuridico e morale.

Infine, altro elemento fondamentale per il bilancio della sostenibilità di una impresa consiste nella lotta contro la corruzione attiva e passiva, uno dei problemi essenziali da risolvere per garantire lo sviluppo.

 

Conclusioni

Adottare un approccio di responsabilità sociale richiede alle imprese un impegno con attori sia interni (lavoratori, azionisti) che esterni (fornitori, territorio): questo confronto permette alle aziende di prevedere meglio e valorizzare le aspettative della società e comprenderne le trasformazioni.

La RSI può quindi guidare lo sviluppo di nuovi mercati, creare opportunità di crescita e, non da ultimo, generare fiducia tra i lavoratori, i consumatori e i cittadini sulla sostenibilità dell’impresa.

Questo clima di fiducia è il contesto ideale in cui ogni impresa può innovare e continuare a crescere.

 

ACCESSO DIRETTO ALLE FONTI DI INFORMAZIONE:

La pagina della Commissione europea dedicata alla Corporate Social Responsibility (CSR)

Direttiva 2014/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 ottobre 2014 , recante modifica della direttiva 2013/34/UE per quanto riguarda la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e di informazioni sulla diversità da parte di talune imprese e di taluni gruppi di grandi dimensioni, in GU UE L 330 del 15.11.2014, p. 1

Commissione europea, Orientamenti sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario(Metodologia per la comunicazione di informazioni di carattere non finanziario), in GU UE C 215 del 5.7.2017, p. 1

Consultazione della Commissione europea dal 15 gennaio al 15 aprile 2016 per le linee guida: Public consultation on non-financial reporting guidelines Non-binding guidelines on methodology for reporting non-financial information

 

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